Il saluto del Presidente di ACD, Daniele Caverzasio
Buongiorno a tutte e a tutti.
Guardando il programma di oggi, mi è venuto un pensiero molto semplice.
Questa mattina siamo partiti in posti diversi. Qualcuno ha cucinato, qualcuno ha ballato, qualcuno ha lavorato con le mani. Qualcuno ha incontrato l’arte, la natura, gli animali. Qualcuno ha provato qualcosa di nuovo. E adesso siamo tutti qui.
Forse è proprio questa l’immagine più bella della giornata. Perché, in fondo, anche il nostro lavoro nasce da qui: dalle persone e dalle loro vite. Ogni giorno entriamo nelle case delle persone. E quando entriamo in una casa, non entriamo semplicemente in un luogo dove prestare una cura. Entriamo in una storia. Ci sono abitudini, ricordi, affetti. Ci sono giornate belle e giornate più difficili. Ci sono persone che desiderano, prima di tutto, continuare a sentirsi a casa nella propria vita.
Credo che il valore più profondo di ACD sia proprio questo. Prendersi cura senza prendere il posto dell’altro.
Esserci quando serve, con competenza e professionalità, ma anche con quella sensibilità che permette di vedere, prima della necessità, la persona. Perché la cura non è fatta soltanto di gesti tecnici. A volte è ascoltare. A volte è rassicurare. A volte è aiutare qualcuno a conservare un pezzo della propria autonomia. E qualche volta è semplicemente esserci.
Giornate come questa ci ricordano anche un’altra cosa: che per stare bene abbiamo bisogno degli altri. Abbiamo bisogno di incontrarci, di ridere, di fare qualcosa insieme, di sentirci parte di una comunità. Ed è per questo che oggi non celebriamo soltanto delle attività. Celebriamo le relazioni.
Come Presidente, l’ACD che vorrei continuassimo a costruire è proprio questa: un’ACD competente, vicina al territorio, capace di evolvere, ma che non perda mai la propria umanità. Perché possiamo migliorare organizzazioni, processi e strumenti. Ma alla fine, la differenza la fanno sempre le persone.
E allora oggi il mio grazie va innanzitutto ai nostri collaboratori, per quello che fanno ogni giorno, spesso lontano dai riflettori. Grazie alle famiglie, ai nostri partner e a tutte le realtà del territorio che camminano insieme a noi. E grazie a chi ha pensato e reso possibile questa bellissima giornata.
Adesso ci aspettano il pranzo, la musica, il divertimento e ancora qualche esperienza da vivere insieme. Quindi vi lascio con un augurio molto semplice. Godetevela. Parlate, ridete, incontratevi.
E questa sera, tornando a casa, provate a chiedervi non soltanto “cosa ho fatto oggi?”, ma: “con chi ho condiviso qualcosa?” Perché forse è proprio lì che comincia il significato più autentico del prendersi cura.
Grazie di cuore e buona giornata a tutti.
Farmaci e sicurezza
Laura Cavazzi, farmacista ospedaliera e clinica. Laureata in Farmacia all’Università di Pavia, nel 2017 ha conseguito la specializzazione in Farmacia Ospedaliera presso l’Università degli Studi di Milano.
Ha lavorato in Francia, prima all’Ospedale di Ernée, poi al CHU di Reims e successivamente all’Ospedale Annecy Genevois, occupandosi di farmacia clinica, analisi delle prescrizioni, riconciliazione terapeutica, farmacovigilanza e dispositivi medici.
Da marzo 2023 è entrata nel mondo delle cure domiciliari nel Cantone di Ginevra, dove ha lavorato come farmacista clinica nell’ambito dell’ospedalizzazione a domicilio. Da settembre 2024 collabora con ACD come farmacista consulente.
È un percorso che ha permesso di conoscere la terapia farmacologica in contesti molto diversi, dall’ospedale al domicilio, e di sviluppare soprattutto una visione molto concreta del farmaco: non soltanto se una terapia è indicata, ma se è appropriata per quella persona, sicura e realmente gestibile nella sua quotidianità.
In che misura un farmaco può diventare “pericoloso” per la persona? Per la tossicità? Per l’alto numero di farmaci assunti? I farmaci sono tutti compatibili l’uno con l’altro?
Ogni farmaco possiede un beneficio atteso ma anche un potenziale di rischio. La sicurezza dipende certamente dalle caratteristiche proprie del medicamento, ma anche dalla dose, dalla durata del trattamento e, soprattutto, dalle condizioni del paziente. Età, funzione renale ed epatica, comorbidità e terapie concomitanti possono modificare in maniera significativa sia l’efficacia sia la tollerabilità di un farmaco. Un dosaggio corretto per un paziente può, per esempio, risultare eccessivo in presenza di insufficienza renale; allo stesso modo, un’associazione terapeutica ben tollerata in una persona può diventare problematica in un’altra.
La polifarmacoterapia merita particolare attenzione, soprattutto nel paziente anziano e pluripatologico. Il problema non è il numero dei farmaci in sé: una terapia complessa può essere perfettamente giustificata. Tuttavia, aumentando il numero dei medicamenti aumenta anche la probabilità di interazioni, duplicazioni, effetti indesiderati e difficoltà nella gestione quotidiana.
I farmaci non sono tutti compatibili tra loro. L’associazione tra un anticoagulante e determinati antinfiammatori può, per esempio, aumentare il rischio emorragico; più farmaci con effetto sedativo possono favorire sonnolenza, confusione e cadute.
Anche prodotti fitoterapici, integratori o farmaci acquistati senza prescrizione possono interferire con una terapia già in corso.
Per questo la valutazione farmacologica non dovrebbe mai limitarsi al singolo medicamento, ma considerare l’intero schema terapeutico nel contesto clinico della persona.
Di cosa si occupa la figura della farmacista consulente e perché è così importante che un servizio di aiuto domiciliare disponga di questa consulenza?
Gli utenti seguiti a domicilio sono spesso persone con più patologie e terapie complesse. Nella loro presa in carico possono intervenire il medico curante, diversi specialisti – cardiologo, diabetologo, psichiatra e altri – l’ospedale, la farmacia e gli infermieri domiciliari. In questo contesto il rischio principale non è la presenza di più professionisti, ma la possibilità che le informazioni sulla terapia non siano perfettamente allineate.
Il valore della farmacista consulente è quindi soprattutto questo: fare da collegamento tra il medicamento, il paziente e i diversi professionisti che partecipano alla sua cura.
La farmacista consulente porta all’interno dell’équipe una competenza specifica sul farmaco e sulla gestione complessiva della terapia.
Una parte rilevante della mia attività riguarda l’analisi delle prescrizioni e la riconciliazione terapeutica. Valuto indicazioni, dosaggi, interazioni, duplicazioni e necessità di monitoraggio e, quando emerge una criticità, mi confronto con il medico prescrittore per proporre eventuali ottimizzazioni. In alcuni casi questo comporta anche una rivalutazione delle terapie croniche. La deprescrizione, quando appropriata, non significa semplicemente ridurre il numero dei farmaci, ma verificare se ogni trattamento conservi ancora un’indicazione, un beneficio atteso e un rapporto beneficio-rischio favorevole.
Un altro ambito importante riguarda il supporto agli infermieri sul territorio. Alcune terapie possono essere relativamente semplici da gestire in ospedale ma richiedere, al domicilio, una valutazione più accurata delle modalità di preparazione e somministrazione.
Ricostituzione, diluizione, stabilità, compatibilità, vie e tempi di somministrazione sono aspetti sui quali il farmacista può fornire un supporto diretto, anche attraverso procedure e protocolli condivisi, in particolare per le terapie parenterali.
Infine c’è la formazione, sia degli operatori sia dei pazienti. Conoscere la terapia, sapere come gestirla e riconoscere precocemente una possibile criticità sono elementi essenziali della sicurezza.
Il farmacista consulente si inserisce quindi in un lavoro multidisciplinare, con una funzione di raccordo tra prescrizione, somministrazione e monitoraggio della terapia.
Quali sono gli sviluppi futuri nella sicurezza della gestione dei farmaci?
Uno degli sviluppi più importanti riguarda la continuità dell’informazione farmacologica.
Il paziente dovrebbe poter disporre di una terapia aggiornata e univoca, condivisa tra ospedale, medico curante, specialisti, farmacia e assistenza domiciliare. Molti errori non derivano infatti da una scelta farmacologica sbagliata, ma da informazioni incomplete, non aggiornate o non correttamente trasmesse nei passaggi di cura.
Un secondo ambito riguarda la revisione periodica e strutturata delle terapie, soprattutto nei pazienti anziani, pluripatologici e polimedicati. Non è sufficiente intervenire quando compare un problema: è necessario identificare precocemente le situazioni a maggior rischio e rivalutare nel tempo appropriatezza, dosaggi, interazioni e necessità dei singoli trattamenti.
La digitalizzazione potrà certamente offrire strumenti sempre più efficaci di supporto, soprattutto se consentirà di integrare la terapia con dati clinici rilevanti, come funzione renale, parametri di laboratorio, allergie e comorbidità.
Resta però centrale il giudizio professionale. Un sistema informatico può segnalare un’interazione o un potenziale rischio; spetta poi al clinico valutarne il significato reale per quello specifico paziente.
Credo infine che la sicurezza farmacologica dipenderà sempre più dalla capacità di lavorare in modo interdisciplinare e di coinvolgere attivamente il paziente nella conoscenza e nella gestione della propria terapia.
La sicurezza del farmaco non dipende soltanto dalla correttezza della prescrizione, ma dalla qualità dell’intero percorso terapeutico. Il contributo del farmacista clinico sta proprio qui: rendere la terapia più appropriata, più coerente e più sicura lungo tutte le fasi della presa in carico del paziente.
L’importanza del gattonamento nei bambini: una tappa preziosa per lo sviluppo
Tra i 6 e i 10 mesi di vita, molti bambini iniziano a sperimentare il movimento in quadrupedia e il gattonamento. Si tratta di una tappa molto importante dello sviluppo motorio, che permette al bambino di esplorare il mondo, conoscere meglio il proprio corpo
e acquisire sempre maggiore autonomia.
Il gattonamento, infatti, non è soltanto un modo per spostarsi da un punto all’altro: attraverso questo movimento il bambino sviluppa numerose competenze che coinvolgono il corpo, l’orientamento, le capacità cognitive e anche la sfera emotiva.
Quali sono i benefici del gattonamento?
Sviluppo fisico e motorio
Il gattonamento favorisce lo sviluppo della motricità fine e grossolana, dell’equilibrio e della coordinazione oculo-manuale. Contribuisce inoltre a rinforzare il tono muscolare e la muscolatura, in particolare quella dorsale.
Durante il movimento vengono stimolate anche la visione bifocale e la capacità degli occhi di lavorare insieme. Il bambino sperimenta inoltre lo schema crociato, cioè la coordinazione tra mano e gamba opposte, una modalità di movimento importante per lo
sviluppo neuromotorio.
Orientamento e propriocezione
Muoversi nello spazio permette al bambino di sviluppare una maggiore consapevolezza del proprio corpo. Attraverso la propriocezione, impara progressivamente a percepire meglio la posizione del proprio corpo, i suoi movimenti e lo spazio che lo circonda.
Problem solving
Gattonare significa anche incontrare piccoli ostacoli: un cuscino, un gioco, un cambio di superficie. Il bambino deve trovare il modo di superarli, sperimentando così semplici strategie di problem solving e imparando attraverso l'esperienza.
Sviluppo cerebrale e cognitivo
Il movimento contribuisce alla coordinazione tra i due emisferi cerebrali e favorisce lo sviluppo delle reti neurali coinvolte in importanti funzioni cognitive, come l’apprendimento, la memoria e la concentrazione.
Autonomia e sviluppo emotivo
Imparare a muoversi autonomamente permette al bambino di acquisire progressivamente maggiore sicurezza nel proprio corpo e nelle proprie capacità. Questo favorisce la fiducia in sé e, allo stesso tempo, la relazione con le figure di riferimento, che rappresentano per il bambino una base sicura dalla quale partire per esplorare l’ambiente e alla quale poter tornare.
Come possiamo favorire il gattonamento?
I genitori possono accompagnare questa importante fase dello sviluppo creando occasioni quotidiane di movimento libero e sicuro.
- Predisporre la casa a misura di bambino, eliminando o mettendo in sicurezza ciò che potrebbe rappresentare un pericolo;
- Lasciare il bambino libero di muoversi a terra, utilizzando un tappetone morbido e adeguato;
- Favorire il Tummy Time, cioè il tempo trascorso a pancia in giù quando il bambino è sveglio e sorvegliato;
- Prevedere momenti di massaggio regolari, che possono contribuire alla conoscenza e alla percezione del proprio corpo;
- Ridurre, quando possibile, l’utilizzo prolungato di sdraiette e seggiolini ed evitare l’uso dei girelli.
La presenza del genitore o di una figura di riferimento rimane fondamentale. Il bambino può essere incoraggiato attraverso il gioco, la relazione e l’interazione. Il genitore può diventare colui che propone piccoli obiettivi da raggiungere, come avvicinarsi per ricevere un abbraccio o raggiungere un oggetto interessante, sostenendo il bambino senza forzarlo.
Quali sono i campanelli d’allarme?
Il gattonamento avviene generalmente prima della conquista della posizione eretta e dei primi passi. È importante ricordare che non tutti i bambini gattonano nello stesso modo e non tutti attraversano necessariamente questa fase. A volte, infatti, il bambino può passare direttamente alla fase successiva dello sviluppo motorio senza gattonare in modo tradizionale. Questo, da solo, non significa che avrà necessariamente ripercussioni future. È invece importante prestare attenzione quando il bambino utilizza modalità di spostamento particolari, come:
- muovere contemporaneamente gamba e braccio dello stesso lato, per poi spostare gli arti dell’altro lato;
- spostarsi prevalentemente sulle natiche anziché utilizzare la quadrupedia;
- presentare un gattonamento asimmetrico.
In presenza di queste modalità di movimento può essere utile confrontarsi con il pediatra. In alcuni casi, infatti, potrebbero essere presenti difficoltà nell’integrazione dei riflessi primitivi, tra cui il riflesso tonico labirintico (RTL), che si sviluppa tra il terzo e il quarto
mese di gestazione.
Questo riflesso è coinvolto nello sviluppo del tono muscolare e può avere un ruolo nell'organizzazione psicomotoria e neuromotoria del bambino. Qualora il pediatra lo ritenga opportuno, può essere indicata una valutazione da parte di professionisti come l’osteopata e/o il fisioterapista, con l’obiettivo di favorire un movimento più armonioso, sollecitare schemi motori mirati o intervenire in presenza di eventuali tensioni muscolari.
Movimento libero: un investimento per lo sviluppo
Favorire il movimento fin dai primi mesi di vita significa offrire al bambino l'opportunità di conoscere il proprio corpo, sperimentare le proprie capacità e sviluppare progressivamente autonomia e sicurezza.
Il gattonamento rappresenta quindi molto più di una semplice modalità per spostarsi: è una preziosa occasione di esplorazione, crescita e apprendimento.
Prevenire l’insorgenza di eventuali disfunzioni muscolo-scheletriche e promuovere una colonna vertebrale sana significa anche creare, fin dai primi mesi, occasioni quotidiane di movimento libero e adeguato alle capacità del bambino, accompagnandolo con
attenzione, presenza e senza forzature.
Articolo a cura di Elisabetta Bargna, infermiera consulente materno pediatrica ACD.
L’evoluzione emotiva nella crescita
Le prime relazioni affettive sono il luogo in cui il bambino costruisce sicurezza, identità ed equilibrio emotivo. Per approfondire come si sviluppano le tappe dell’evoluzione affettiva e in che modo le esperienze emozionali influenzano la crescita, abbiamo incontrato la Dr.ssa Med. Elisabetta Macchi, FMH Psichiatria e Psicoterapia Infantile e dell’Adolescenza. La sua prospettiva clinica ci guida nel comprendere come la qualità della relazione e la presenza emotiva dei genitori siano fattori decisivi per uno sviluppo sano e autentico.
Quali sono le principali tappe dell’evoluzione affettiva nella relazione tra bambino e genitori e in che modo le esperienze emozionali influenzano questo percorso e la costruzione della personalità?
L’evoluzione affettiva nella relazione tra bambino e genitori inizia con la nascita e si costruisce nella continua esperienza di incontro emotivo. Nei primi mesi il neonato vive una condizione di totale dipendenza e il bambino comunica attraverso il corpo: il pianto, il sorriso, l’agitazione, il ritmo del sonno, lo sguardo. Ogni espressione contiene un significato relazionale e il bebè costruisce il proprio senso di sicurezza attraverso le risposte dei genitori: il contatto, il tono della voce, lo sguardo, il nutrimento. In questa esperienza quotidiana di cura il bambino sviluppa la percezione profonda di esistere nel mondo. Nel secondo anno di vita emerge il senso di sé e così il bambino alterna desiderio di autonomia e bisogno di protezione. Compaiono i primi “no”, le opposizioni e le crisi emotive: esperienze fondamentali attraverso cui costruisce identità e capacità di regolazione emotiva.
L’evoluzione del sé di un bimbo avviene “specchiandosi” nel volto e nelle emozioni della madre? Io Madre o Io Padre come devo comportarmi rispetto alle mie emozioni? Viverle con naturalezza e senza giudizio?
La madre e il padre diventano una “base sicura” da cui partire e a cui poter tornare, in un movimento continuo tra vicinanza e autonomia dove si sviluppa la fiducia relazionale. L’evoluzione del sé avviene anche “specchiandosi” nelle emozioni dei genitori perché è attraverso il loro volto che il bambino impara a riconoscere ciò che sente. Se il genitore riesce a contenere e nominare l’emozione - “vedo che sei triste”, “ti sei spaventato” - il bambino comprende che le emozioni possono essere accolte senza esserne travolti.
Il pianto, il gioco, la creatività sono forme di comunicazione e di sviluppo dell’integrità emotiva?
Durante l’infanzia il linguaggio e il gioco ampliano enormemente la vita affettiva. Il rapporto con i genitori diventa più centrato sul riconoscimento emotivo: il bambino cerca comprensione, ascolto e conferma del proprio valore. Il gioco e la creatività diventano strumenti di espressione emotiva con cui rappresenta paure, desideri, conflitti e sogni. Giocare e disegnare permettono al bambino di dare forma alle emozioni e di integrarle. Per questo, le esperienze emozionali hanno un impatto profondo sullo sviluppo. Se il bambino si è sentito accolto nelle proprie emozioni e ha interiorizzato una relazione sufficientemente sicura, in età scolare e in adolescenza potrà affrontare il distacco, le relazioni sociali e i cambiamenti evolutivi con maggiore fiducia in sé stesso e negli altri. Al contrario, un ambiente imprevedibile o emotivamente distante può creare insicurezza e difficoltà nella regolazione emotiva.
Quanto devo fare attenzione che i “miei” desideri o emozioni possono essere condizionanti rispetto allo sviluppo del mio bambino?
Le emozioni vissute nell’infanzia insegnano se ciò che si prova può essere espresso oppure nascosto. Per questo non bisogna essere genitori perfetti ma essere autentici, presenti e capaci di vivere le proprie emozioni con naturalezza. Mostrare tristezza, rabbia o paura non è dannoso se queste emozioni vengono espresse in modo equilibrato e comprensibile, anzi insegna che ogni emozione ha diritto di esistere senza vergogna o giudizio. Invece, è importante che i genitori prestino attenzione alle proprie aspettative. Se il bambino viene spinto a corrispondere ai bisogni emotivi dell’adulto rischia di allontanarsi dalla propria autenticità.
Quali sono i fattori di prevenzione per uno sviluppo emozionale sano?
Accompagnare un figlio significa aiutarlo a diventare sé stesso, rispettandone tempi, carattere e sensibilità. I principali fattori di prevenzione per uno sviluppo emozionale sano sono quindi una relazione stabile e sicura, l’ascolto, la coerenza educativa, il contatto affettivo, il gioco libero e la possibilità di esprimere emozioni senza paura di essere giudicati. Un bambino che si sente visto, accolto e compreso costruirà più facilmente fiducia in sé stesso, negli altri e nella vita.
Dr.ssa Med Elisabetta Macchi, FMH Psichiatria e Psicoterapia infantile e dell’adolescenza
Prevenzione al mare
Durante una giornata al mare può capitare di imbattersi in meduse, tracine o ricci di mare. Sebbene il contatto con questi animali possa essere doloroso, nella maggior parte dei casi non rappresenta un'emergenza grave. Conoscere i comportamenti corretti e sfatare alcuni falsi miti aiuta a gestire la situazione in modo sicuro ed efficace.
Il contatto con i tentacoli di una medusa può provocare bruciore, arrossamento e prurito. La prima cosa da fare è uscire dall'acqua e risciacquare la zona con acqua di mare, evitando di strofinare la pelle. Se sono presenti residui di tentacoli, è consigliabile rimuoverli delicatamente con una pinzetta o con un oggetto rigido, senza utilizzare le mani nude.
La tracina è un pesce che vive nascosto nella sabbia e può pungere con gli aculei dorsali se viene calpestato. La puntura provoca un dolore intenso ma, nella maggior parte dei casi, si risolve senza conseguenze.
Il trattamento più efficace consiste nell'immergere la parte colpita in acqua calda (non ustionante) per circa 30-90 minuti, poiché il veleno è sensibile al calore. È importante pulire accuratamente la ferita e rivolgersi a un medico se il dolore è molto intenso, persistente o compaiono sintomi generali.
Gli aculei dei ricci di mare possono spezzarsi e rimanere nella pelle, causando dolore e infiammazione. Se possibile, vanno rimossi delicatamente con una pinzetta, evitando manovre aggressive che potrebbero romperli ulteriormente. Successivamente è consigliabile lavare e disinfettare la zona e monitorare l'eventuale comparsa di segni di infezione.
Quando è opportuno consultare un medico? È consigliabile rivolgersi a un professionista sanitario se:
il dolore è molto intenso o non migliora; compaiono difficoltà respiratorie, gonfiore diffuso o altri segni di reazione allergica; la ferita presenta arrossamento crescente, pus o febbre; rimangono aculei profondi o difficili da rimuovere.
La prevenzione rimane la migliore alleata: indossare scarpette da scoglio nelle zone rocciose o sabbiose, osservare l'ambiente marino e rispettare la fauna sono semplici accorgimenti che permettono di vivere il mare in sicurezza.
Che cosa ci fa stare bene? Creare con le mani e con la testa, muoverci liberamente, incontrare le persone, ma anche imparare qualcosa di nuovo, trascorrere del tempo nella natura, divertirci insieme. Questa sarà una giornata aperta a tutte le generazioni per scoprire attività che promuovono il benessere e la qualità di vita. Atelier artistici, attività motorie, esperienze creative per bambini e famiglie, fattoria didattica, laboratorio circense e molto altro: occasioni per lasciarsi ispirare e trovare nuove idee da portare nella propria quotidianità.
In occasione della Giornata nazionale delle cure domiciliari, ACD invita tutta la comunità a provare, condividere e conoscere attività che fanno bene al corpo, alla mente e alle relazioni.
Per partecipare alle attività e al pranzo è necessario iscriversi entro il 30 agosto compilando il form, o al numero 091 640 30 60.
Assicurazione infortuni a carico dei partecipanti.
Perché cerchiamo ciò che ci gratifica: dentro il sistema di ricompensa
Il sistema di ricompensa guida molte delle nostre scelte quotidiane, spesso senza che ce ne rendiamo conto. Dalla gratificazione immediata alle abitudini che diventano automatismi, questo circuito cerebrale influenza comportamenti, emozioni e vulnerabilità. Nell’intervista a Marcello Cartolano, Presidente Ticino Addiction, Vicedirettore Ingrado, approfondiamo come nascono le abitudini, quando diventano problematiche e perché comprenderle è essenziale per accompagnare chi vive queste esperienze. Un dialogo che aiuta a vedere oltre il giudizio e dentro i meccanismi che ci muovono.
Il sistema di ricompensa: perché ripetiamo ciò che ci gratifica?
Il nostro cervello è costruito per cercare ciò che ci fa stare bene, e per farlo in fretta. Alla base c'è il “Sistema di ricompensa”, un circuito antico che, attraverso la dopamina, segnala "questo conta, ripetilo". È un meccanismo prezioso: ci ha permesso di nutrirci, legarci agli altri, imparare. Il punto è che non distingue tra ciò che ci fa bene a lungo termine e ciò che offre solo un sollievo immediato. Una gratificazione veloce — uno zucchero, una notifica, una sostanza, una giocata — attiva lo stesso circuito di una conquista faticosa, ma senza chiederci nulla, e ce la consegna subito. Per questo la cerchiamo, spesso senza accorgercene.
Da qui nascono le abitudini
Un'abitudine è un automatismo che il cervello costruisce per risparmiare energia: di fronte a un segnale familiare (la sera, la noia, una tensione) parte una routine che porta a una ricompensa. Una volta consolidato, lo schema funziona quasi da solo, sotto la soglia della consapevolezza. È il motivo per cui possiamo ripetere un comportamento anche quando sappiamo che ci fa male: la parte razionale "capisce", ma non è quella ai comandi nel momento in cui scatta l'automatismo. Sapere non basta, e questo non è un difetto di volontà né una questione di carattere.
Quando un'abitudine diventa un problema?
Il confine non è il comportamento in sé, ma la relazione che abbiamo con esso. Vale tanto per le sostanze quanto per comportamenti del tutto leciti e quotidiani: il gioco, lo schermo, il cibo, l'acquisto. Contano il bisogno crescente di ripetere, la difficoltà a fermarsi anche volendolo, il fatto che il comportamento continui nonostante le conseguenze e occupi spazio togliendolo ad altro: relazioni, lavoro, interessi. C'è un passaggio chiave: all'inizio cerchiamo qualcosa per provare piacere, poi finiamo per ripeterlo solo per non stare male. Quando si arriva lì, l'automatismo è diventato compulsivo.
Il ruolo delle emozioni
In tutto questo, le emozioni pesano moltissimo. Stress, ansia, solitudine e pressione sociale non sono dettagli di contorno: sono spesso il vero motore. Molti comportamenti che definiamo "poco salutari" sono in realtà tentativi di compensare un disagio, di calmarsi, di sentirsi parte di qualcosa. Funzionano, nell'immediato, ed è proprio questo che li rende così difficili da lasciare. Riconoscerlo non significa giustificare, ma capire: dietro un comportamento che si ripete c'è quasi sempre un bisogno che chiede ascolto, e una persona che merita di essere accompagnata senza giudizio.
Quali segnali non andrebbero sottovalutati?
L'aumento progressivo della frequenza o della quantità; il bisogno di nascondere o minimizzare; l'irritabilità quando non si può fare; il ricorso al comportamento per gestire ogni emozione difficile; il restringersi della vita attorno a una sola cosa; la preoccupazione di chi ci sta vicino. Nessuno di questi, da solo, è una condanna: sono inviti ad ascoltarsi prima, e a chiedere aiuto senza vergogna, quando le proprie risorse non bastano. La buona notizia è che il cervello che ha imparato un automatismo può anche disimpararlo: i circuiti che ci hanno condotto fin qui restano capaci di cambiare.
Parlarne insieme, professionisti e persone che vivono queste esperienze, è già un primo passo: trasforma un automatismo silenzioso in qualcosa che possiamo guardare, comprendere e, quando serve, cambiare ed eventualmente curare.
Marcello Cartolano, Presidente Ticino Addiction, Vicedirettore Ingrado – Servizi per le dipendenze
Sonno e salute: comprendere un equilibrio fondamentale
Il sonno è una delle funzioni più essenziali del nostro organismo, eppure rimane tra le meno intuitive. Mentre bisogni primari come nutrirsi o vedere hanno una finalità immediatamente comprensibile, il dormire continua a sollevare domande: perché il nostro cervello ha bisogno di questa sospensione quotidiana? Quali processi si attivano mentre riposiamo e in che modo il sonno sostiene la nostra salute fisica ed emotiva?
In questa intervista, la dottoressa Silvia Riccardi, capo clinica del Centro di medicina del sonno dell'EOC, ci accompagna dentro la complessità del sonno, spiegando cosa accade nel cervello durante le diverse fasi, come cambia nel corso della vita e perché una corretta igiene del riposo è fondamentale. Un viaggio scientifico e clinico che aiuta a comprendere meglio un bisogno universale, spesso sottovalutato ma decisivo per il nostro equilibrio quotidiano.
Se bisogni primari come nutrirsi o vedere hanno una funzione immediatamente comprensibile, perché invece dormiamo?
Il sonno è un bisogno fondamentale del nostro organismo, tanto quanto mangiare o bere, anche se la sua funzione è meno evidente. Dormire serve innanzitutto a “ricaricare” il cervello: aiuta memoria, attenzione, apprendimento ed equilibrio emotivo. È il momento in cui le informazioni raccolte durante la giornata vengono organizzate e consolidate. Si è visto che durante il sonno profondo l’attività bioelettrica cerebrale consente di selezionare e consolidare le informazioni apprese durante il giorno. Per quanto riguarda le emozioni invece si suppone che il sonno REM e i sogni che si sperimentano durante fase di sonno possano avere un ruolo nella rielaborazione degli aspetti emotivi.
Durante il sonno poi si verifica anche la regolazione di processi ormonali e metabolici, ad esempio l’ormone della crescita, fondamentale per lo sviluppo, ha tipicamente un picco notturno; il sonno influisce sul metabolismo e l’appetito, un’alterazione del sonno comporta una alterata regolazione degli ormoni che regolano l’appetito e la sazietà. Persone che svolgono lavoro turnista con turni di notte e deprivazione di sonno sono più a rischio di alterazioni metaboliche, del sistema immunitario.
Inoltre, si è più di recente scoperto che il sonno è il momento in cui il cervello elimina sostanze di scarto che si accumulano mentre siamo svegli.
Non conosciamo ancora completamente tutti i motivi per cui dormiamo, ma sappiamo con certezza che dormire troppo poco o male ha effetti importanti sulla salute fisica e mentale.
Quale attività biochimica e bioelettrica avviene nel cervello nel dormire?
Il sonno non é semplicemente lo “spegnimento” del cervello, ma è indotto da una modifica dell’attività cerebrale e dall’attivazione di aree specifiche che lo regolano. Il cervello continua a essere attivo, anche se in modo diverso rispetto alla veglia. Dal punto di vista biochimico, cambiano molte sostanze che regolano il funzionamento del cervello. Alcuni neurotrasmettitori legati all’attenzione e alla vigilanza diminuiscono o sono in qualche modo disattivati, mentre altri che favoriscono il sonno si attivano.
Oltre a non essere un processo passivo, il sonno è anche un processo dinamico, che varia nel corso della notte, per cui anche l’attività cerebrale si modifica in maniera dinamica durante la notte. Dal punto di vista bioelettrico, le cellule nervose modificano il loro modo di comunicare. Nelle fasi profonde del sonno l’attività elettrica cerebrale diventa più lenta e sincronizzata: è come se grandi gruppi di neuroni lavorassero “a ritmo comune”. Durante il sonno REM, la fase in cui sogniamo di più, l’attività cerebrale torna invece più simile a quella della veglia (negli animali infatti in ambito scientifico il sonno REM viene chiamato “sonno paradossale”).
In più, il sonno è regolato anche dal nostro “orologio biologico”, chiamato ritmo circadiano. Si tratta di un sistema interno che organizza nell’arco delle 24 ore molte funzioni del corpo, tra cui sonno, temperatura corporea, produzione di ormoni e livelli di attenzione, per cui le ore notturne rappresentano la “finestra” favorevole in cui il sonno si manifesta. La luce è il principale segnale che regola questo orologio: la luce del mattino è uno stimolo risvegliante per il cervello, mentre con il buio aumenta la produzione di melatonina, un ormone che favorisce il sonno.
Esistono diverse qualità di sonno o cicli del sonno? II sonno differisce (in quantità e qualità) secondo l’età?
Sì, come già accennato il sonno non è tutto uguale, ma è organizzato in diversi stadi che si alternano durante la notte in veri e propri cicli. In generale distinguiamo:
- il sonno Non-REM, distinto a sua volta in fasi di sonno più leggero, fase di transizione tra veglia e sonno, e sonno profondo, importante per il recupero, il consolidamento della memoria e degli apprendimenti, oltre che per i processi di “pulizia” delle sostanze di scarto dal cervello
- il sonno REM, associato ai sogni più vividi e particolarmente importante per l’ elaborazione delle emozioni.
Queste fasi si susseguono più volte durante la notte in cicli che durano circa 90 minuti.
Il sonno cambia molto anche con l’età, sia nella quantità sia nella qualità. I neonati dormono moltissime ore e passano molto tempo nel sonno REM. Bambini e adolescenti hanno ancora bisogno di molte ore di sonno ( fino a 10-11 ore) e presentano un sonno profondo molto sviluppato. Con l’età adulta il numero di ore tende a ridursi e tende a stabilizzarsi sulle “famose” 7-8 ore di sonno. Nelle persone anziane, invece, il sonno spesso diventa più leggero e frammentato, con più risvegli notturni e una minore quantità di sonno profondo.
In ogni caso esiste una variabilità individuale, anche tra individui di una stessa fascia di età, per cui ci sono persone che consideriamo come “brevi dormitori”, ossia che hanno bisogno di un minor numero di ore di sonno, e “lungo-dormitori” che, anche in età adulta, hanno bisogno di un maggior numero di ore di sonno.
Vista l’importanza del dormire, quali sono le buone regole per una adeguata igiene del sonno?
Per dormire bene spesso sono utili alcune semplici abitudini, chiamate “igiene del sonno”. Servono ad aiutare il cervello e il corpo a mantenere un ritmo sonno-veglia regolare.
Le principali regole sono:
- Mantenere orari regolari, andando a dormire e svegliandosi più o meno alla stessa ora;
- Mantenere un ambiente per il sonno, confortevole, quieto, buio, non troppo caldo.
- Usare il letto soprattutto per dormire, evitando di lavorare o guardare la televisione a letto.
- Creare una routine regolare rilassante alla sera, di “transizione” tra il momento della veglia e quello del sonno notturno, una sorta di “zona cuscinetto” per proteggere il momento dedicato al sonno da tutto quello che attiva e stimola il nostro cervello durante il giorno
- Ridurre l’uso di smartphone, tablet e computer prima di dormire, sia perché comportano una attivazione cerebrale, sia perché la luce è uno stimolo risvegliante che agisce sul nostro orologio biologico
- Esporsi alla luce naturale durante il giorno, soprattutto al mattino;
- Evitare stimolanti (caffeina, nicotina ) alcune ore prima di coricarsi
- Evitare l’uso di alcool prima di coricarsi
- Fare attività fisica regolarmente, tendenzialmente evitando l’esercizio intenso poco prima di coricarsi
Nei percorsi formativi con il nostro personale, nell’affrontare il tema dell’insonnia ci ha resi attenti a non confondere problemi legati “a pensieri angosciosi o rielaborazioni individuali che non fanno dormire” da disfunzionalità nell’attività del cervello che non fanno dormire (ad esempio, apnee notturne, irrequietezza nel dormire o modifiche dei cicli circadiani dovuti a turni notturni); rilevare i motivi o inquadrare i motivi per i quali non si dorme bene è dunque di estrema importanza?
I disturbi del sonno sono molti e sono differenti tra di loro. Quando vi è un problema di sonno è fondamentale un corretto inquadramento diagnostico come prima cosa, che ci consente di identificare il disturbo e quindi proporre la terapia adeguata. Una corretta diagnosi differenziale di un “disturbo del sonno”, per usare un termine generico, consente di capire se si tratta effettivamente di una insonnia, se questa è una problematica cronica, e consente di identificare segni o sintomi di altre possibili patologie soggiacenti come apnee notturne, eccessiva attività motoria durante il sonno, problematiche del ritmo circadiano, per citarne alcune. I sintomi possono sembrare simili — difficoltà ad addormentarsi, risvegli notturni, stanchezza durante il giorno — ma le cause possono essere molto diverse. Per questo è importante non fermarsi solo al sintomo “dormo male”, ma cercare di capire cosa lo provoca.
È normale avere occasionalmente una notte disturbata. Se però difficoltà ad addormentarsi, risvegli frequenti o stanchezza diurna persistono nel tempo, può essere utile parlarne con un medico o uno specialista del sonno.
Le alterazioni del sonno rappresentano un ambito complesso e interdisciplinare, che richiede la collaborazione tra medico curante, psichiatra e neurologo? In questo contesto, di cosa si occupa il Servizio di Medicina del Sonno dell’Istituto di Neuroscienze della Svizzera Italiana, dove lei è attiva, e quali sono oggi le principali direzioni della ricerca scientifica in questo settore?
Sì. I disturbi del sonno sono un ambito fortemente interdisciplinare, perché il sonno coinvolge il cervello, il metabolismo, la respirazione, la salute mentale e il comportamento. Per questo, in molti casi, è importante una collaborazione tra diverse figure professionali: medico curante, neurologo, psichiatra, pneumologo, psicologo ma anche altri specialisti, ad esempio l’otorinolaringoiatra, a seconda del problema specifico.
Il Servizio di Medicina del Sonno dell’Istituto di Neuroscienze della Svizzera Italiana si occupa della diagnosi e della cura dei principali disturbi del sonno. Tra questi vi sono insonnia, apnee notturne, disturbi del ritmo circadiano, eccessiva sonnolenza diurna, disturbi motori nel sonno e comportamenti anomali durante il sonno, come alcune parasonnie.
L’attività comprende sia la valutazione clinica sia esami specialistici del sonno, che permettono di osservare durante la notte parametri come respirazione, attività cerebrale, movimenti e ritmo cardiaco. L’obiettivo è capire la causa del disturbo e proporre un trattamento personalizzato.
La ricerca scientifica in questo settore sta crescendo molto. Oggi sappiamo sempre meglio quanto il sonno sia legato alla salute generale e quanto possa influenzare memoria, umore, rischio cardiovascolare e persino alcune malattie neurodegenerative.
Dr.ssa Silvia Riccardi, capo clinica del Centro di medicina del sonno dell'EOC.
Quando è allergia? Segnali, differenze e buone pratiche
Le allergie in età pediatrica sono un tema che coinvolge sempre più famiglie, generando domande, dubbi e la necessità di informazioni affidabili. Riconoscere i sintomi, distinguere le diverse reazioni e sapere come prevenire i rischi nei primi anni di vita può fare una grande differenza nel benessere del bambino. Per offrire ai genitori un orientamento chiaro e basato sulle evidenze, ACD ha raccolto il contributo del PD Dr. med. Marcel Bergmann, Specialista in pediatria e in allergologia e immunologia clinica, figura di riferimento sul territorio, e di Giovanna Pettenuzzo Piattini, Infermiera Consulente Materno Pediatrica di ACD, che da anni affianca le famiglie nei percorsi di cura e prevenzione. Il loro sguardo complementare permette di affrontare il tema delle allergie con competenza clinica e attenzione concreta alla quotidianità dei genitori.
1. Come posso capire se i sintomi di mio figlio sono causati da un’allergia?
MB: Dipende naturalmente di che allergia si sta parlando. L'allergia alimentare si manifesta di solito con sintomi di rapida insorgenza, nelle 2 ore dal consumo dell'alimento, con tipicamente prurito orale (questo già mentre si mangia l'alimento) fino a una reazione sistemica (anafilattica), che coinvolge vari organi del corpo, come orticaria, angioedema, sintomi respiratori (tosse secca insistente, fischi, fatica a respirare), sintomi gastrointestinali (nausea, vomito, crampi) e raramente un coinvolgimento cardio-circolatorio (shock anafilattico). Queste forme di allergie alimentari, chiamate anche primarie, si manifestano di solito durante i primi anni di vita e sono spesso limitate a cibi noti allergizzanti come latte, uova, frumento, soia, arachidi, noci, semi (sesamo), pesce e crostacei. Nei pazienti allergici ai pollini può subentrare, dall'età pre-scolastica in poi, un'allergia alimentare secondaria su cross-sensibilizzazione con i pollini (in particolare la betulla) dove la reattività è di solito esclusivamente orale (prurito orale) al consumo di certa frutta o verdura cruda. Esistono anche delle forme di allergie alimentari con sintomi esclusivamente gastro-intestinali (vomito a ripetizione, scarsa presa-staturo-ponderale) in bambini di solito sotto l'anno di vita, spesso dovuti al latte vaccino.
Per quel che concerne le allergie respiratorie, i sintomi tipici sono rinite e/o congiuntivite pruriginosa, asma. I sintomi possono essere presenti durante i mesi primaverili/estivi (stagionali) se parliamo di pollini o presenti tutto l'anno in caso di un'allergia ad un allergene dell'ambiente interno (acari della polvere, animali).
2. In che modo i genitori possono distinguere le allergie alimentari dalle intolleranze?
MB: L' alimentare è una reazione del nostro sistema immunitario al contatto con una proteina alimentare con nella maggior parte dei casi un reattività immediata, spesso sistemica dopo il consumo dell'alimento in questione (vedi sopra). Le intolleranze vengono definite come una difficoltà a digerire certi zuccheri negli alimenti con allora sintomi gastro-intestinali post-prandiali (nausea, crampi, diarrea), come succede per esempio a chi è intolleranza al lattosio, lo zucchero contenuto nel latte.
3. Quali buone pratiche possono aiutare a prevenire o ridurre il rischio di allergie nei primi anni di vita?
GPP: Le nuove raccomandazioni svizzere del 2025 sulla prevenzione delle allergie nei neonati si basano su un approccio semplice: aiutare il sistema immunitario del bambino a svilupparsi in modo naturale fin dai primi mesi di vita. L’obiettivo è ridurre il rischio di allergie, soprattutto nei bambini più predisposti, abituandoli gradualmente sia agli alimenti sia all’ambiente.
Si consiglia, quando possibile, l’allattamento esclusivo al seno per i primi 4-6 mesi. Se l’allattamento non è possibile, si possono utilizzare normali formule per lattanti, senza necessità di prodotti particolari, salvo diversa indicazione medica.
A partire tra il quarto e il sesto mese, le evidenze scientifiche dimostrano l’importanza dell’introduzione di alimenti solidi, includendo anche quelli che possono dare allergie come uova, arachidi, latticini o glutine. Questa introduzione deve avvenire gradualmente e
mentre si continua, se possibile, l’allattamento. Durante la gravidanza e l’allattamento, la mamma non ha bisogno di evitare alimenti allergenici per prevenire allergie nel bambino, a meno che non abbia allergie personali.
Anche l’ambiente ha un ruolo importante: non è necessario mantenere condizioni troppo sterili. Il normale contatto con l’ambiente, compresa la presenza di animali domestici, può avere un effetto protettivo.
Infine, è fondamentale evitare l’esposizione al fumo di sigaretta, perché può aumentare il rischio di problemi respiratori e allergie nel bambino.
Queste indicazioni aiutano a proteggere la salute del bambino fin dai primi mesi, favorendo uno sviluppo equilibrato del suo sistema immunitario.