Perché cerchiamo ciò che ci gratifica: dentro il sistema di ricompensa

marcello cartolano

Il sistema di ricompensa guida molte delle nostre scelte quotidiane, spesso senza che ce ne rendiamo conto. Dalla gratificazione immediata alle abitudini che diventano automatismi, questo circuito cerebrale influenza comportamenti, emozioni e vulnerabilità. Nell’intervista a Marcello Cartolano, Presidente Ticino Addiction, Vicedirettore Ingrado, approfondiamo come nascono le abitudini, quando diventano problematiche e perché comprenderle è essenziale per accompagnare chi vive queste esperienze. Un dialogo che aiuta a vedere oltre il giudizio e dentro i meccanismi che ci muovono.

Il sistema di ricompensa: perché ripetiamo ciò che ci gratifica?
Il nostro cervello è costruito per cercare ciò che ci fa stare bene, e per farlo in fretta. Alla base c'è il “Sistema di ricompensa”, un circuito antico che, attraverso la dopamina, segnala "questo conta, ripetilo". È un meccanismo prezioso: ci ha permesso di nutrirci, legarci agli altri, imparare. Il punto è che non distingue tra ciò che ci fa bene a lungo termine e ciò che offre solo un sollievo immediato. Una gratificazione veloce — uno zucchero, una notifica, una sostanza, una giocata — attiva lo stesso circuito di una conquista faticosa, ma senza chiederci nulla, e ce la consegna subito. Per questo la cerchiamo, spesso senza accorgercene.

Da qui nascono le abitudini
Un'abitudine è un automatismo che il cervello costruisce per risparmiare energia: di fronte a un segnale familiare (la sera, la noia, una tensione) parte una routine che porta a una ricompensa. Una volta consolidato, lo schema funziona quasi da solo, sotto la soglia della consapevolezza. È il motivo per cui possiamo ripetere un comportamento anche quando sappiamo che ci fa male: la parte razionale "capisce", ma non è quella ai comandi nel momento in cui scatta l'automatismo. Sapere non basta, e questo non è un difetto di volontà né una questione di carattere.

Quando un'abitudine diventa un problema?
Il confine non è il comportamento in sé, ma la relazione che abbiamo con esso. Vale tanto per le sostanze quanto per comportamenti del tutto leciti e quotidiani: il gioco, lo schermo, il cibo, l'acquisto. Contano il bisogno crescente di ripetere, la difficoltà a fermarsi anche volendolo, il fatto che il comportamento continui nonostante le conseguenze e occupi spazio togliendolo ad altro: relazioni, lavoro, interessi. C'è un passaggio chiave: all'inizio cerchiamo qualcosa per provare piacere, poi finiamo per ripeterlo solo per non stare male. Quando si arriva lì, l'automatismo è diventato compulsivo.

Il ruolo delle emozioni
In tutto questo, le emozioni pesano moltissimo. Stress, ansia, solitudine e pressione sociale non sono dettagli di contorno: sono spesso il vero motore. Molti comportamenti che definiamo "poco salutari" sono in realtà tentativi di compensare un disagio, di calmarsi, di sentirsi parte di qualcosa. Funzionano, nell'immediato, ed è proprio questo che li rende così difficili da lasciare. Riconoscerlo non significa giustificare, ma capire: dietro un comportamento che si ripete c'è quasi sempre un bisogno che chiede ascolto, e una persona che merita di essere accompagnata senza giudizio.

Quali segnali non andrebbero sottovalutati?
L'aumento progressivo della frequenza o della quantità; il bisogno di nascondere o minimizzare; l'irritabilità quando non si può fare; il ricorso al comportamento per gestire ogni emozione difficile; il restringersi della vita attorno a una sola cosa; la preoccupazione di chi ci sta vicino. Nessuno di questi, da solo, è una condanna: sono inviti ad ascoltarsi prima, e a chiedere aiuto senza vergogna, quando le proprie risorse non bastano. La buona notizia è che il cervello che ha imparato un automatismo può anche disimpararlo: i circuiti che ci hanno condotto fin qui restano capaci di cambiare.

Parlarne insieme, professionisti e persone che vivono queste esperienze, è già un primo passo: trasforma un automatismo silenzioso in qualcosa che possiamo guardare, comprendere e, quando serve, cambiare ed eventualmente curare.

Marcello Cartolano, Presidente Ticino Addiction, Vicedirettore Ingrado – Servizi per le dipendenze